
Marcello è andato per la prima volta a scuola quest’anno. Quando ieri è andato a trovare nonno Salvatore, il nonno gli ha chiesto come erano andati questi primi giorni. Dopo averlo ascoltato ha detto: “Ai miei tempi, la scuola iniziava il primo ottobre.”
Marcello ha riso e ha risposto: “Come, nonno, il primo ottobre? E che facevate a settembre?”
E nonno Salvatore inizia a raccontare: “A settembre si stava ancora a piedi nudi, figliolo. Si aiutava nei campi, si godevano gli ultimi giorni. Poi, tutti insieme, il primo di ottobre suonava la campanella e l’Italia intera tornava a studiare. Quel giorno lì eravamo tutti uguali. Tutti, da Nord a Sud. Noi maschietti con il grembiule blu, le femminucce con quello bianco. Puliti, stirati, con l’odore di bucato. E il fiocco… ah, il fiocco! Non era uguale per tutti. Ogni classe aveva il suo colore. Azzurro per la prima, rosso per la seconda… lo vedevi da lontano di che classe eri, e ne eri fiero. Dal cortile capivi subito chi era di prima, chi era già grande di quinta. Eri della tua classe, ma eri della stessa scuola.
C’era rispetto, allora. Quando entrava la maestra ci si alzava tutti in piedi. E non fiatava nessuno. Eppure, credimi, ci divertivamo più di voi con i tablet. Perché avevamo la guerra dei cancellini. Sì, con quei cancellini per la lavagna, quelli che facevano una nuvola bianca quando li sbattevi perché erano carichi di polvere di gesso, con cui si scriveva sulla lavagna. Due file di banchi, e via, a lanciarseli. Finiva che eravamo bianchi dalla testa ai piedi e la maestra ci metteva in castigo dietro la lavagna. Prova a farlo oggi con quella lavagna vostra luminosa, come si chiama… la LIM? Se le tiri un cancellino chiami l’elettricista.
Ai miei tempi, il primo ottobre era una festa seria. Avevi la cartella che pesava, il quaderno nuovo e la voglia di rivedere i compagni. Eravamo più semplici, forse. Ma eravamo insieme. Con lo stesso grembiule, lo stesso fiocco e la stessa lavagna. Eravamo più poveri, forse. Ma eravamo insieme e più felici.”
E allora, abbiamo perso o abbiamo vinto? Abbiamo perso il rito collettivo. Quel primo ottobre uguale per tutti dava il senso di Paese. Oggi si inizia a metà settembre, a date diverse, tra caldo e condizionatori. Abbiamo perso il tempo lento di settembre. Quel mese cuscinetto tra lavoro nei campi e dovere sui banchi insegnava l’attesa. Oggi tutto corre. Abbiamo perso un’uguaglianza simbolica. Grembiule e fiocco non cancellavano le differenze, ma in cortile le rendevano invisibili per qualche ora. Ma abbiamo anche vinto. E tanto.
Abbiamo vinto una scuola che non ti manda nei campi se nasci contadino. Abbiamo vinto la scuola per le bambine non solo col grembiule bianco, ma con gli stessi sogni dei maschi. Abbiamo vinto le lavagne che si illuminano e portano un museo dentro la classe, anche se non fanno la nuvola bianca di gesso.
Forse la verità è questa: nonno Salvatore non rimpiange la data, rimpiange il sentirsi parte di qualcosa. Marcello non riderà più del primo ottobre, quando capirà che anche lui, un giorno, racconterà la sua guerra dei cancellini. Solo che la sua si chiamerà in un altro modo.



