IL RUOLO DEGLI ANZIANI: IERI COLONNA, OGGI CONFINE

Ieri l'anziano ci insegnava a vivere. Oggi ci sta insegnando, senza volerlo, a morire. Viaggio nelle pieghe di una solitudine che non fa notizia

C’è stato un tempo, non così lontano, in cui l’anziano era il centro della casa. Non l’angolo.

Ieri l’anziano era l’archivio vivente. Era quello che sapeva quando seminare, come si curava un raffreddore con le erbe del cortile, come si teneva insieme una famiglia quando mancava tutto. Non aveva laurea, ma aveva la memoria. E in una società orale, contadina, che andava avanti a proverbi e a gesti tramandati, la memoria valeva più dell’oro. Il nonno sedeva a capotavola non per rispetto formale, ma perché senza di lui la famiglia non sapeva dove andare.

Il suo ruolo era triplice: economico, educativo e sacrale. Economico perché custodiva la terra e la casa. Educativo perché cresceva i nipoti mentre i genitori lavoravano nei campi. Sacrale perché era il ponte tra i vivi e i morti, quello che ricordava i nomi degli antenati e diceva le preghiere.

Oggi? Oggi l’anziano è diventato un problema da gestire.

Abbiamo allungato la vita di vent’anni, ma non abbiamo allungato il senso di quegli anni. Viviamo fino a 90 anni, ma a 70 spesso il mondo del lavoro ci ha già detto “grazie, non servi più”. Ed è lì che inizia la prima grande ferita invisibile: la perdita di ruolo.

La prima piega nascosta: l’inutilità.

È il dolore più sordo e meno raccontato. Non è la malattia, è sentirsi inutili. Un uomo che ha fatto il muratore per 40 anni, che si è alzato alle 5, che ha costruito case per altri, all’improvviso si ritrova in una casa dove non deve costruire nulla. Una donna che ha cresciuto 4 figli e mandato avanti una famiglia numerosa, si ritrova in un appartamento silenzioso di 70 mq dove nessuno ha bisogno che lei prepari da mangiare per 8 persone.

La società moderna, veloce, digitale, ha tolto all’anziano la sua competenza. Prima sapeva tutto. Oggi il nipote di 8 anni gli deve spiegare come si usa il telefono per prenotare una visita. È un ribaltamento di potere umiliante, che non diciamo mai. E che genera vergogna.

La seconda piega: la solitudine dentro le case.

Non parliamo più solo degli anziani soli abbandonati. Parliamo degli anziani soli anche quando sono circondati. Sono i nonni parcheggiati davanti alla TV dalle 8 del mattino alle 8 di sera, perché i figli lavorano e i nipoti sono a scuola. Sono quelli che vivono con la famiglia, ma non vengono interpellati su nessuna decisione. Che mangiano a tavola ma non parlano, perché gli argomenti sono lavoro, social, cose di cui loro “non capiscono”.

È la solitudine affettiva, che è peggio di quella abitativa. È sentirsi sopportati, non desiderati. E da lì nasce una forma di depressione senile che non ha nulla di clinico, ma è esistenziale. In Italia il 40% degli over 75 vive solo, ma il dato più drammatico è un altro: oltre il 60% dice di sentirsi solo anche quando non è solo.

La terza piega: il corpo che diventa colpa.

Ieri il corpo vecchio era rispettato, le rughe erano mappe. Oggi il corpo vecchio è nascosto, medicalizzato, quasi una colpa. L’anziano di oggi ha paura di cadere, di sporcarsi, di non arrivare in bagno in tempo. E ha vergogna di dirlo. La non autosufficienza, l’incontinenza, la demenza iniziale, sono vissute come fallimenti personali, non come tappe della vita. Per questo molte famiglie tardano a chiedere aiuto a una RSA, per senso di colpa. E per questo in molte RSA, se non sono ben gestite, l’anziano perde l’ultima cosa che gli resta: la dignità del suo corpo.

(fonte foto: dal web)

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