A casa di nonno Peppino e nonna Titina, c’è un cassetto che non si apre più.
Non perché è rotto. Perché è rimasto lì, in quella casa di via Terracciano, di via Fasano, di via Napoli. Dentro ci sono le foto in bianco e nero, le letterine dei nipoti con gli errori di ortografia, il rosario di Titina, la ricetta della pastiera scritta a mano da mamma, con l’inchiostro oramai sbiadito.
Il bradisismo a Pozzuoli non fa rumore quando arriva. Alza la terra di pochi centimetri, poi un altro po’. Poi una notte trema. E la mattina dopo ti dicono: “Dovete uscire”.
Per un ragazzo è un trasloco forzato. Per un anziano è un’amputazione.
Abbiamo parlato con loro, negli hub, nelle palestre diventate dormitori, nelle case dei figli dove si dorme sul divano per non disturbare. Non ci hanno parlato di crepe, di ordinanze, di contributi da 400 euro. Ci hanno parlato di altro.
“La mia casa sapeva di me”, ci dice Anna, 83 anni. È stata evacuata dopo la scossa del 31 luglio. “Sapeva dove mi faceva male il ginocchio, per questo avevo messo quella sedia in corridoio. Sapeva che la mattina volevo la luce in cucina. Adesso dove sono io, la luce non la conosco.”
È questo che non si capisce. Per chi ha vissuto 50 anni tra le stesse quattro mura, la casa non è un immobile. È una protesi dell’anima. È il calendario appeso da vent’anni sempre nello stesso chiodo. È il segno a matita sullo stipite dove si misurava l’altezza dei figli.
E quando te la tolgono, non perdi solo il tetto. Perdi i punti di riferimento che ti tenevano ancorato al mondo quando la memoria iniziava a fare qualche scherzo. Perdi il vicinato, che per un anziano solo è famiglia. Perdi l’odore del tuo caffè. La vista del mare che vedevi mentre spadellavi davanti ai fornelli in cucina.
Nel 1970 furono tremila quelli del Rione Terra a lasciare tutto in una notte. Pensavano fosse per qualche settimana. Non ci sono più tornati per cinquant’anni. Oggi la storia si ripete, uguale e diversa, sempre lì a pochi metri di distanza.
Noi che ci occupiamo di RSA, di residenze, di anziani, lo sappiamo bene: non esiste cura se non c’è un luogo che ti riconosce. E allora la domanda non è solo “quando rientreranno?”. La domanda è: chi si sta prendendo cura della loro memoria, mentre la loro casa è chiusa?
Non servono solo ingegneri per puntellare i muri. Servono persone che aiutino a puntellare i ricordi. Che ascoltino la storia di quel cassetto che non si apre più. Che non chiamino “sfollati” degli uomini e delle donne che hanno costruito Pozzuoli con le loro mani.
Il bradisismo passerà, come è sempre passato. La terra prima o poi smetterà di salire.
Quello che non deve passare è il rispetto. Quello che non deve crollare è l’idea che una comunità si misura da come tratta i suoi anziani quando perdono tutto.
Perché una casa si può ricostruire. Ma la dignità di chi l’ha abitata va custodita, ogni singolo giorno, senza una crepa.



