È più istruito, più consapevole, più arrabbiato. Non accetta più di essere messo in un angolo. Fa il volontario, fa il nonno a tempo pieno, ma a sue condizioni, viaggia, si innamora a 80 anni, va all’università della terza età, fa politica. Le donne anziane di oggi sono le ragazze del ’68: non sono le nonnine silenziose di una volta. Hanno divorziato, hanno lavorato, hanno lottato. E non vogliono tornare indietro.
Il vero ruolo dell’anziano oggi non è più quello di “custode del passato”, ma di “ammortizzatore del presente”. Sono loro che tengono in piedi il Paese quando lo Stato non c’è: tengono i nipoti perché gli asili costano troppo, prestano soldi ai figli precari, tengono le case aperte nei paesi che si spopolano. Senza gli anziani, l’Italia avrebbe già chiuso.
Allora la domanda non è più “cosa facciamo degli anziani?”. La domanda è “cosa fanno gli anziani per noi, e noi cosa gli restituiamo?”
Ieri l’anziano ci insegnava a vivere. Oggi ci sta insegnando, senza volerlo, a morire. A morire soli, se non cambiamo rotta. Oppure a morire accompagnati, se decidiamo che una società che allunga la vita deve anche allargare il cuore.
Ecco perché parlare di RSA, di posti letto, di piattaforme SIGARS, come facciamo da queste pagine, non è burocrazia. È politica del dolore umano. Ogni posto letto che resta sulla carta è una persona che resta in un corridoio, in una casa troppo grande, in un silenzio troppo lungo.



