Napoli – Ha 94 anni, vive sola al secondo piano senza ascensore, fa la spesa, cucina, paga le bollette. Zia Delfina è autosufficiente. Due figli, uno a Roma e uno a Firenze. Li sente la domenica al telefono.
La sua storia non è un caso isolato. È la fotografia di una fetta crescente di popolazione italiana: gli anziani che non sono fragili, ma sono soli.
Il dato inclemente è proprio questo: 1 anziano su tre vive da solo.
La fotografia ISTAT, parla chiaro: in Italia oltre il 40% degli over 75 vive da solo. E tra questi, la maggior parte è autosufficiente. Non rientrano nei LEPS, i Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali. Non hanno diritto all’ADI, l’Assistenza Domiciliare Integrata. Non sono “casi” per i servizi sociali.
“Il problema è che interveniamo quando la persona cade. Ma la solitudine arriva prima”, spiega una assistente sociale di un Ambito Territoriale Campano.
Ma in questi casi cosa prevede lo Stato?
Dal 2024 con il D.lgs 29/2024 è nato il CIPA, il Comitato Interministeriale per le Politiche in favore della popolazione Anziana. Tra i suoi compiti: coordinare le politiche per l’invecchiamento attivo e la prevenzione della fragilità.
Ogni 3 anni il CIPA deve adottare un Piano Nazionale che metta insieme salute, welfare e inclusione sociale. Sul territorio poi sono Regioni e Comuni a dover attivare i servizi: centri diurni, progetti di socializzazione, co-progettazione col Terzo Settore.
In ogni regione, almeno sulla carta ci i Piani di Zona degli Ambiti Territoriali, che prevedono interventi per contrastare l’isolamento. Ci sono i centri sociali per anziani, il servizio di “Telefono Amico”, i progetti intergenerazionali nelle scuole. Ma l’accesso spesso passa dalla segnalazione di un familiare o del medico. E chi “sta bene” non segnala nulla.
“Servono più risorse per la prevenzione, non solo per l’emergenza” dicono in coro le associazioni di volontariato che si occupano di anziani: “Ci chiamano solo quando la persona è già depressa”.
La chiave di lettura è quella che, dagli esperti, viene chiamata “Il paradosso dell’autonomia: più una persona è indipendente, meno viene vista dai radar dei servizi.
Il rischio è concreto: l’isolamento sociale è riconosciuto dall’OMS come fattore di rischio per depressione, declino cognitivo e ricoveri ospedalieri.
Il BES, il Benessere Equo e Sostenibile misurato da ISTAT e MEF, inserisce le “Relazioni sociali” tra i 12 indicatori di salute di un Paese.
Ma in concreto come bisognerebbe agire? Semplicemente con delle buone pratiche: dal passatempo al ruolo.
I progetti che funzionano, dicono gli studi, non sono quelli assistenziali. Sono quelli che restituiscono un ruolo.
In Veneto la L.R. 23/2017 finanzia l’“invecchiamento attivo” con laboratori e intergenerazionalità.
A Genova il progetto “SPORT SENIOR” porta gli over 65 a fare ginnastica con gli studenti universitari.
A Bari i Comuni organizzano camminate di gruppo e laboratori.
L’idea è una: non “ti tengo compagnia”, ma “ho bisogno di te”.
La testimonianza
“Sta bene, è autonoma”. È la frase che ripetono i figli di zia Delfina. E lei risponde “tutto bene” al telefono.
Ma alle 8 di sera la casa è silenziosa. Le uniche voci sono quelle della tv.
Non chiede aiuto. Non perché non ne abbia bisogno. Ma perché non sa di averne diritto.
Intanto l’Italia invecchia. Nel 2050 1 italiano su 3 avrà più di 65 anni. La sfida non sarà solo sanitaria. Sarà sociale.
Aspettare che un anziano autosufficiente diventi fragile per occuparcene costa di più, in termini umani ed economici. Forse la vera misura del benessere di una città non sono i servizi che offre a chi cade. Ma la capacità di vedere chi è ancora in piedi.
Prima che la sedia resti vuota.



